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Condannato il foreign fighters HAMIL Mehdi arrestato dalla Digos di Cosenza

COSENZA – Nei giorni scorsi, il Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Catanzaro, al termine del procedimento penale speciale del Giudizio abbreviato, ha condannato HAMIL Mehdi ad anni 4 e mesi 6 di reclusione in quanto ritenuto un aspirante foreign fighters disponibile a raggiungere i teatri di guerra in Siria e Iraq per combattere il proprio Jihad a sostegno del sedicente Stato Islamico.

Il magrebino, giunto in Italia nel 2005 per ricongiungimento ai propri familiari residenti nel comune di Luzzi (CS), ove svolgono l’attività di commercio ambulante, fu tratto in arresto il 25 gennaio 2016 dalla DIGOS di Cosenza, in esecuzione a ordinanza di custodia cautelare, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro (Procuratore Aggiunto della Repubblica dr. Giovanni Bombardieri e Sostituto Procuratore dr. Paolo Petrolo) che, confermando il quadro accusatorio emerso nel corso delle attività svolte dal personale della Digos, ascriveva al marocchino i reati contemplati dalla nuova legislazione antiterrorismo, per come introdotta dalla legge n. 43 del 17 aprile 2015, con particolare riferimento alla fenomenologia dei cosiddetti foreign fighters, art. 270-quinquies del c.p.

Si trattò, in particolare, della prima applicazione sul territorio nazionale della novellata legislazione antiterrorismo che sanziona la pratica dell’auto-addestramento condotta, prevalentemente, attraverso il web dagli aspiranti foreign fighters di matrice jihadista.

La vicenda trae origine da una perquisizione domiciliare all’abitazione di HAMIL Mehdi, bloccato presso l’Aereoporto di Fiumicino in entrata dalla frontiera turca da dove era stato respinto per motivi di “sicurezza pubblica”. Al momento del controllo l’HAMIL, oltre al passaporto marocchino con cui è stato identificato, era in possesso di un unico bagaglio a mano (zaino multitasche) contenente un pantalone di tipo militare con le tasche laterali, una camicia, biancheria intima, un tappeto da preghiera, un libro in lingua araba (una pubblicazione dei Fratelli Musulmani sui comportamenti che deve tenere un buon musulmano secondo il Corano), due telefoni cellulari, denaro contante per la somma di euro 800.
Nel corso della perquisizione il personale della Digos ha avuto modo di apprendere dai familiari presenti che HAMIL nella stessa serata avrebbe dovuto fare rientro a casa, elemento contrastante con la sua presenza nella stessa giornata ad Istanbul da dove è stato respinto, motivo per il quale, unitamente ad altri, si legittimava la supposizione che l’HAMIL Mehdi potesse essere partito alla volta della Siria con l’intenzione di combattere a fianco dei guerriglieri dell’ISIS.
Ciò posto e ritenendo probabile che l’HAMIL potesse reiterare il tentativo di recarsi in territori di jihad, sono stati attivati servizi di osservazione e pedinamenti.
Al termine dei predetti accertamenti si sono evidenziati ed accertati una serie di indicatori che hanno evidenziato una “naturale” propensione dell’Hamil a sposare la causa dell’Isis: utilizzo di piattaforme di comunicazione diverse da quelle abituali (soprattutto whatsapp); l’accanito interesse per immagini, filmati e altri contenuti propagandistici riferiti all’organizzazione terroristica dello Stato Islamico, linkati quotidianamente tramite diversi siti telematici d’area, i cui contenuti rimandano a forme di addestramento e combattimento tra soggetti incappucciati, tutti contrassegnati dall’inconfondibile “brand” dello Stato Islamico; la volontà di raggiungere la Turchia e successivamente il progetto di trasferirsi in Belgio.
I numerosi elementi raccolti, hanno costituito una solida base sulla quale integrare i diversi profili penali contemplati dalla nuova legislazione antiterrorismo, provvedimento emanato per affinare l’attività di contrasto al terrorismo internazionale con particolare riferimento alla fenomenologia dei cosiddetti foreign fighters, cioè di quei soggetti reclutati e/o addestrati/auto-addestratisi soprattutto in occidente che si spostano in aree di crisi per unirsi ad organizzazioni terroristiche.

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