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Lo scrittore Benito Patitucci agli incontri della Commissione Cultura

patitucci_comm_cultCOSENZA – Al civico 12 di via Sicilia, a Cosenza, nel ’67 c’era una storica linotipia, la prima della città. L’aveva aperta Benito Patitucci, cosentino, nativo di Lattarico, che dopo aver conseguito la quinta elementare aveva cominciato ad apprendere in collegio, nella “Pia Società San Paolo” di Bari, i primi rudimenti dell’arte tipografica.

Qui prese ad imparare, specializzandosi, il funzionamento di una macchina rivoluzionaria per quei tempi (siamo sul finire degli anni quaranta, inizio anni ’50), la cosiddetta linotype, inventata da Ottmar Mergenthaler, un orologiaio tedesco, naturalizzato americano, novello Gutenberg perché la sua macchina cambiò radicalmente l’arte della stampa, consentendo la composizione meccanica a caldo e di impostare i caratteri mobili in una pagina in modo facile e veloce.
Benito Patitucci imparò così bene l’invenzione di Mergenthaler, da diventare l’unico in grado di padroneggiarla, a quei tempi, a Cosenza.
Ma quando si chinava sui banchi della tipografia subiva così tanto il fascino delle lettere e dei caratteri, meticoloso com’era nella composizione fino all’inverosimile, da dedicarsi, specie di notte, allo studio e alla scrittura, da perfetto autodidatta. Di giorno il lavoro, di notte lo studio. Anni di sacrifici e di sudore. Ma sacrifici ripagati. Prima dal conseguimento della licenza media, poi dal diploma alle superiori. Non riesce a realizzare il sogno dell’Università, perché non completa il percorso accademico che pure aveva cominciato, per via del notevole impegno richiesto dalla sua azienda. A 18 anni comincia a pubblicare i primi libri, animato da una irrefrenabile sete di conoscenza, quelli che oggi chiama “le mie creature di carta”. Oggi Benito Patitucci ha quasi ottant’anni, portati benissimo, e continua a dedicarsi alla scrittura. Vastissima la sua produzione letteraria: ha pubblicato complessivamente 35 libri e il 36° è in gestazione.Una storia come la sua non poteva passare inosservata ed eccolo ospite degli incontri della Commissione Cultura del Comune di Cosenza che lo ha insignito di un riconoscimento tributato alla sua carriera di imprenditore tipografico e poi di scrittore e poeta. La cerimonia si è svolta nella sala “Quintieri” del Teatro “Rendano”. Ad introdurre l’incontro il Presidente della Commissione Claudio Nigro. Al consigliere relatore Mimmo Frammartino il compito di ricostruire il percorso e l’attività professionale di Benito Patitucci.
Nel corso dell’incontro, oltre al consigliere comunale Francesco Perri sono intervenuti, tra gli altri, anche lo storico e scrittore Coriolano Martirano, gli scrittori Vincenzo Napolillo e Anna Laura Cittadino, lo storico Stefano Vecchione e il poeta Angelo Canino. Puntuale la ricostruzione della produzione letteraria di Patitucci da parte di Mimmo Frammartino. Una produzione, inaugurata nel ’54 con la raccolta di poesie dal titolo “Fermati un istante” cui fa seguito, qualche anno dopo, la novella “Per la luce dei tuoi occhi”. E’ a Genova, mentre sta svolgendo il servizio militare, che Benito Patitucci scrive il suo primo romanzo, “Non c’è nessuno per Betty”, attraversato dal tema dell’amore e che compone nella saletta di un bar di via XX settembre durante le sue ore di libera uscita. Per quello stesso romanzo vince il primo premio ad un concorso letterario del 1961. La produzione letteraria si interrompe quando, dopo il matrimonio, Benito Patitucci si trasferisce, per motivi di lavoro, a Milano, per cinque anni, dove guadagna molto bene, 250 mila lire al mese che per quei tempi non era una cifra trascurabile, soprattutto se paragonata alle duemila lire a settimana che riusciva a raggranellare a Cosenza.
Poi il richiamo della propria terra è troppo forte. Ed eccolo nuovamente a Cosenza a mandare avanti la sua linotipia. L’azienda cresce, ha successo e diventa motivo di orgoglio personale anche per il fatto che in quella linotipia Benito riesce a formare diversi giovani che raccolgono il testimone quando nel 1995 decide di lasciare la sua attività. Con la sua scrittura attraversa i generi letterari più disparati, spaziando dalle fiabe, ai romanzi, dal fantasy ai libri dedicati alla sua arte e alla sua città, come testimonia “Due fiumi, sette colli, una città”, pubblicato nel 2010 dall’editore Pellegrini e che si fregia della prefazione dello storico Coriolano Martirano.
E’ la Cosenza dell’immediato dopoguerra che viene scandagliata nel libro di Patitucci, quella che viene barbaramente bombardata nell’estate del ’43, quando l’Italia si era già arresa. Ma una Cosenza che, nonostante fosse martoriata dalla distruzione, era fermamente decisa a voltare pagina.
Impossibile elencare tutti i suoi scritti. I tre lustri che vanno dal 2001 in avanti sono quelli più prolifici. Da ricordare, fra gli altri, una breve storia della stampa, dal titolo “Dal graffito al sistema digitale”, pubblicata nel 2000 per i tipi dell’editrice Legenda di Tonino Rizzuti. In questo libro Patitucci, con particolare meticolosità compila l’elenco delle tipografie cosentine, dal 1478 al 2000, contandone ben 84 ed indicando in Salamone da Manfredonia, un pugliese, il primo tipografo della città. Correva l’anno 1479. Diverse le raccolte poetiche pubblicate da Patitucci, ma non parlategli dell’ermetismo al quale preferisce la solarità.
La sua passione per le lettere e i suoi scritti gli sono valsi, nel 1992, Presidente Luigi Gullo per il quale impaginava la storica rivista “Chiarezza”, la nomina di socio corrispondente dell’Accademia cosentina e, nel 2006, quella di socio ordinario, durante la presidenza di Pierino Carbone. Quello della Commissione Cultura non è il primo riconoscimento tributato a Benito Patitucci, ma forse quello che apprezza di più, forse perché arriva dalla sua città e perché ha il valore di un premio alla carriera, ricca di sacrifici, ma anche di soddisfazioni. Giusto festeggiarlo con la sua famiglia al completo, raccolta nella sala “Quintieri” del Teatro “Rendano”. Mentre pensa al suo prossimo libro, nel quale si occuperà del tema dell’Alzheimer. Una decisione presa dopo aver vissuto indirettamente la malattia di un caro amico.

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