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Torna nella sua Cosenza per ritirare il premio della Commissione Cultura il chitarrista e compositore Antonio De Rose

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cosenza_antonio_de_rose_in_commissione_culturaCOSENZA – Da Cosenza partì a 13 anni, perché nel ’60 il Conservatorio non c’era ancora e per imparare a suonare la chitarra – una folgorazione la sua – si iscrisse a Roma al “Santa Cecilia”. Vi entrò da studente e lì rimase come docente per tantissimi anni, uscendone due anni fa per raggiunti limiti di età.

Ma Antonio De Rose, eccellenza cosentina del mondo della chitarra, non si sente affatto un pensionato. E a dimostrarlo è la sua indole di giramondo e di musicista e compositore che ha tanti interessi, non solo la musica, e che non sta mai un attimo fermo, quasi avesse l’argento vivo addosso. Continua a tenere concerti con la sua inseparabile chitarra e a comporre. Composizioni che è un piacere ascoltare. E intanto non dimentica i suoi trascorsi da poeta, il suo primo amore. E tanto la sua poesia, quanto la sua prosa, fluida e piacevolissima, sono confluite in un libro, “Gente di Cosenza – Strambotti Meridionali e Natalizi” che è una sorta di amarcord in riva al Crati, ricco di aneddoti sulla sua infanzia e sulla Cosenza di un tempo alla quale De Rose guarda con un pizzico di nostalgia.

In uno dei suoi ricorrenti andirivieni tra Roma, dove vive, e Cosenza, che ama visceralmente e con la quale non ha mai reciso il cordone ombelicale, è tornato nella città che gli ha dato i natali per ricevere il premio, una sorta di tributo alla carriera, dalla Commissione Cultura del Comune. La cerimonia, svoltasi nella Sala “Quintieri” del Teatro “Rendano”, è stata introdotta dal Presidente Claudio Nigro.

A presentare l’ospite, la Vice Presidente Maria Lucente che ha parlato di Antonio De Rose come di “un artista poliedrico e dotato di particolare versatilità ed arguzia, oltre che di talento e spessore”. Per il consigliere Francesco Perri, intervenuto subito dopo, il chitarrista cosentino “è una delle eccellenze migliori della nostra città che all’estero danno lustro alla nostra terra con un significativo ritorno d’immagine”.

Fondatore del gruppo “La tigre in corridoio”, sorta di cenacolo poetico che produsse negli anni ottanta dapprima un laboratorio di poesia tenuto da Elio Pagliarani, che amava definire quell’esperienza come “un’orchestrina vocale”, e poi una vera e propria rivista, “Il Bollettino di poesia”, che raccolse attorno ad essa firme prestigiose come Giorgio Caproni, Amelia Rosselli, per anni musa ispiratrice de “La Tigre in corridoio” e Valerio Magrelli, quando si dedicò pienamente allo studio della chitarra, Antonio De Rose ebbe fior fior di maestri: Mario Gangi in Italia e Josè Tomas e Andrès Segovia in Spagna. Di quest’ultimo ha saputo cogliere il meglio mantenendo la giusta distanza, senza quel compiacimento adorante che erano soliti mostrare i segoviani più sfegatati.
Poi arrivarono i corsi di perfezionamento con Angelo Gilardino all’Accademia “Perosi” di Biella. Ed è proprio Gilardino a considerarlo, a giusta ragione, un chitarrista colto.

Di Antonio De Rose si ricordano, inoltre, le numerose trasmissioni radiofoniche in Rai sulla chitarra, nelle quali contribuì ad inventare quasi uno stile, fatto di chiarezza e grande competenza professionale che bandiva dalla sua esposizione le espressioni roboanti a beneficio, invece, di una semplicità e bonomia fuori dal comune, ma che gli procurava le simpatie degli addetti ai lavori. De Rose ha suonato nei teatri più importanti d’Italia e non si contano le sue tournèe all’estero : dall’Europa, all’India, dal Venezuela, al Perù fino al Brasile.

Non è un caso che il secondo brano, dedicato al suo maestro Mario Gangi e che ha regalato ieri alla platea della Sala “Quintieri” del “Rendano”, insieme al flauto di Daniela Troiani, risulti impregnato di sonorità samba o tipiche dello choro brasiliano che, in alcuni passaggi, evocano le atmosfere di alcuni film musicati da Piero Piccioni.

Quando arriva il momento di prendere la parola si dice “commosso e grato alla Commissione cultura”. Prima di imbracciare la chitarra e suonare insieme a Daniela Troiani, legge due brani tratti dal suo libro “Gente di Cosenza” ricordando alcuni episodi della sua infanzia, quando si soffermava ad ammirare il giardino “Passalacqua” nel centro storico, nelle giornate di neve. E ricorda com’era Cosenza quando con le bici grandi e senza freni ci si arrischiava per la discesa del Palazzo del Governo, quando “non si avìa nenti e non ci si sentiva poveri”.

La sua attività di docente di chitarra lo ha visto insegnare a Bologna, La Spezia, Campobasso per poi tornare piacevolmente nella sua Cosenza dove si fermò, negli anni ’80, per quattro anni. Ricorda ancora i nomi di due tra gli allievi migliori, Raffaele Marino e Fabio Federico. A Cosenza ha fatto ritorno ora non solo per ritirare il riconoscimento della Commissione cultura, ma anche per festeggiare il venticinquesimo anno del suo sodalizio artistico con la flautista Daniela Troiani che a Cosenza ha messo radici dal 1985 e con la quale ha formato un duo importante che continua a svolgere la sua attività concertistica, sia in Italia che all’estero.
E basta sentirli suonare per capire quanto siano affiatati.

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