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La tragedia di Rende. Quando si uccide la speranza

Reid Meloy, psicologo forense americano, scrive che i padri arrivano a uccidere dopo un lungo percorso di rabbia, frustrazione e pianificazione; “sono persone con una fragile consapevolezza di se stessi, intolleranti dell’insuccesso e dell’umiliazione. Se non finiscono per suicidarsi, dopo il delitto si sentono meglio”.

“Scelgono armi affilate, i padri che fanno scomparire i figli dalla faccia della terra: specialmente coltelli con i quali tagliano gole o distruggono corpi addormentati serenamente” lo annota la criminologa Yardley: “L’accoltellamento avviene quando l’assassino è colmo di rabbia e vuole fare danno all’aspetto della vittima”.

Uomini deboli, incapaci di affermare il loro punto di vista, che sfogano la propria rabbia in un unico violento lampo finale? Per Ben Buchanan, psichiatra canadese la maggioranza degli uomini assassina i figli per punire le mamme cioè le loro compagne. Per farle soffrire.

Quando la loro mascolinità è sotto minaccia, per problemi economici, per problemi sentimentali, o altro, credono di perdere l’unica cosa che li fa sentire uomini di successo: le loro famiglie. Uccidendo i propri figli, i padri cercano, in maniera perversa, di riottenere il controllo non soltanto su questi, ma anche sulle loro mogli. Assassinare i figli è il modo più scioccante e drammatico al quale possono pensare per gridare al mondo: “Guarda quanto sono potente”.

In psichiatria, gli esperti tendono a escludere l’esistenza del raptus: secondo Claudio Mencacci, ex presidente della Società italiana di psichiatria, “è sbagliato pensare che questi padri di famiglia passino dall’amorevole quiete famigliare all’horror in pochi minuti”, come se passasse un tornado di follìa improvvisa nelle loro menti. La violenza ha come oggetto i più fragili, i deboli, le persone indifese e quindi le più esposte. Il termine raptus serve a chi fa le perizie per giustificare le azioni di grande violenza e attenuare la gravità del fatto e la colpa di chi le commette.

Perché per gli esperti, quando accade un fatto di violenza apparentemente improvvisa, c’è sempre una spiegazione, un motivo che si è costruito nel tempo. Individui che covano risentimento, crudeltà, cattiveria. Oppure malati di depressione. Non è mai un fulmine a ciel sereno e tendere a giustificare non aiuta nemmeno a cogliere i segnali di un eventuale pericolo.

Tragedie familiari a cui quasi ci siamo “abituati”. La cronaca è zeppa di eventi di tal genere: uomini in massima parte, ma anche donne, che uccidono figli e compagni. Tragedie come quella del 12 febbraio, a Rende, in provincia di Cosenza, quando ad uccidere è stato un uomo, un padre, Salvatore Giordano, che dopo aver colpito con un coltello figli e moglie, si è ucciso sparandosi un colpo in bocca.

Cinque minuti? Forse tre… Quanto vale la vita di una persona? Quanto tempo si impiega per cancellare, alla velocità di 240 metri al secondo (tanto mette in media un proiettile sparato a 100 metri di distanza) sogni, speranze, progetti, sorrisi, preoccupazioni? Un secondo? Due…? Il nulla in un colpo. Vi risparmiamo i dettagli cruenti. Un battito di ciglia e tutto svanisce. Restano solo i “perché”.

“Perché?”, si interroga la comunità di Santo Stefano, piccola frazione alle porte del centro storico di Rende, si interroga, mentre il parroco don Michele Buccieri, nell’omelia del rito funebre della famiglia Giordano, invita a gettarsi nelle braccia misericordiose del Padre.

Un’epidemia di violenza frutto della crisi, del lavoro che manca, delle prospettive negate, spesso fanno da sfondo a queste tragedie. Ma non sempre è così, spesso ci troviamo dinanzi a famiglie borghesi, apparentemente “normali”. Dovremmo allora chiederci se questa violenza assurda non trovi il suo terreno dove crescere, in una disperazione contro la quale non abbiamo più armi. Una disperazione a cui forse ci siamo abituati. Assuefatti ormai alla deriva della nostra società in cui, sempre connessi ai social, viviamo nella solitudine più profonda, dove la rete familiare non sa come intervenire e dove nel mutismo beneducato intorno al tavolo per la cena, o in tante sere davanti alla tv accesa sul nulla, cresce la disperazione.

La disperazione di una società che rifiuta persino Dio: chiacchiere vuote, pettegolezzi, giudizi, indifferenza. Poi un giorno, in una casa apparentemente come tante, il male ignorato, scoppia. E bisogna allora dare, e darsi la morte; anche ad amatissimi figli, ciò che di più bello la vita ha dato.

Nella testa di questo povero padre sconvolto, non solo angoscia e incomprensione, ma nessuna soluzione possibile, nessuna speranza. Chissà forse avrà avuto una certezza: nessuno, nulla mi può aiutare, non i parenti o gli amici, e nemmeno, se credente, Dio. Neanche Dio, per qualcuno, appare abbastanza grande nella sua onnipotenza.

E fare a meno di Dio, della sua misericordia: è la disperazione. E può diventare un peccato, gravissimo, contro la speranza. Perché uccidere la moglie o se stessi è terribile, ma uccidere un figlio, una figlia va oltre: è annientare, oltre alla vita propria, il proprio futuro, colui che avrebbe continuato la nostra storia. È come dire in fondo che non solo la vita è insostenibile per noi, ma che in questa vita non si può lasciare un figlio. È il massimo della disperazione, è la negazione più radicale di ogni speranza.

Ma quanti oggi, e perfino fra i cattolici praticanti, ricordano di avere un Padre misericordioso a cui alzare gli occhi? Quanti oggi si spendono per un impegno culturale e civile perché si possano evitare queste tragedie? Una cosa è certa: abbiamo oltrepassato il limite. La vita è venduta, barattata, autodeterminata. Tutto è relativo. Viviamo come padroni di tutto. Siamo un nulla. Si applaude persino dinanzi ad un feretro che toglie la vita, che si toglie la vita, forse per alleggerirsi la coscienza.

Queste tragedie ci interrogano; ci chiedono di scacciare questa disperazione con una preghiera, una parola buona, o la vicinanza concreta, da amico. Ci chiedono, queste tragedie, di non giustificare mai la prevaricazione, la prepotenza, la violenza esplosiva e cruenta. Ci chiedono di avere a cuore il bene delle famiglie della comunità dove si vive recuperando quella solidarietà di un tempo dove gioie e dolori si condividevano.

“Ci sono “perché” che non hanno risposta” così Papa Francesco alle domande di alcuni orfani proprio sul tema della sofferenza, dell’abbandono, del dolore; “umanamente, certi “perché” hanno solo risposta divina” ha continuato.

E forse alcuni dolori, ferite, lacerazioni, sono talmente indicibili da restare mistero a sé stessi; tanto da non poterne neanche tentare un’analisi, perché, come ha detto un saggio, “di ciò che non si può parlare occorre tacere”.

Luisa Loredana Vercillo

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