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Analisi a più voci al Museo Civico di Rende sul tema: “Relazioni, lavoro, giustizia: verso il post-patriarcato”

fare_rende_incontro_sociologa_burchi_2015RENDE (CS) – Costruire un tempo e un luogo altro, lavorare da casa nell’epoca della precarietà e della globalizzazione del lavoro: muove da qui la ricerca e la riflessione della sociologa Sandra Burchi ospite venerdì scorso dell’incontro promosso dall’assessorato alle pari opportunità di Rende nell’ambito dell’iniziativa “Relazioni, lavoro, giustizia: verso il post-patriarcato”.

Una analisi a più voci quella avvenuta al museo Civico, moderata dalla giornalista Giulia Veltri, che ha visto intervenire i docenti Unical Rosanna Nisticò e Antonino Campennì e che -muovendo proprio dalle storie narrate nel volume “”Ripartire da casa. Lavori e reti dallo spazio domestico”- ha portato ad interrogare ed interrogarsi in una prospettiva economica, sociale, umana sul lavoro al femminile e su come esso cambia in tutte le sue articolazioni verso il superamento di una visione tradizionale in cui la tecnologia gioca un ruolo fondamentale.

Rosanna Nisticò ha voluto porre l’accento su i rischi dei nuovi modelli organizzativi che vedono lo spazio domestico come luogo di lavoro: “Il ripiegamento su se stesse per le donne -ha affermato la docente di economia- può essere conseguenza di una scelta obbligata e non desiderata. Si corre il rischio di impoverire i rapporti fisici e sensoriali attraverso una socialità virtuale e di isolarsi. Per lavorare in casa occorre molta disciplina e forza interiore affinché non si sia sopraffatte da un senso di oppressione. Paradossalmente ci troviamo dinanzi a nuove forme di lavoro che in realtà ripropongono modelli maschili del passato e che impoveriscono il welfare. Per questo è necessario fare scelte libere che creino sviluppo perché lo sviluppo è libertà.”.

“Ci troviamo di fronte a forme di resistenza -ha dichiarato Antonino Campennì- nei confronti di una trasformazione economica che investe tutta la società. Siamo in una fase in cui si perde molto: il superamento o l’abolizione delle leggi sul lavoro, ad esempio, implica il perdersi di garanzie e diritti fondamentali in nome di una globalizzazione neoliberista che ha assoggettato l’intero mondo occidentale alla legge del profitto. Spesso si lavora gratuitamente e senza riconoscimento alcuno e l’allestire la casa come luogo di lavoro significa creare una comunicazione diversa, vivere pur dall’Interno uno spazio esterno: è vera e propria forma di resistenza.”.

L’autrice pisana ha parlato di come nel raccontare le storie raccolte nel libro abbia sospeso qualsiasi forma di giudizio o valore: “Ho voluto raccogliere queste esperienze -ha detto la Burchi- partendo dal binomio casa-lavoro. Sono infatti storie di case perché è proprio l’abitazione il luogo in cui soggettività e lavoro s’intersecano in un rapporto di produzione e riproduzione disciplinato dalle nuove tecnologie. Sono queste storie di donne spinte dalla volontà di non lasciarsi sopraffare dalla realtà che le circonda in cui il rapporto tra desiderio, mondo simbolico e ideologia sono domande che restano.”.

Ha concluso l’incontro l’assessora Marina Pasqua che nel sottolineare la componente di creatività nella scelta affrontata dalle donne protagoniste del volume ha parlato di autogestione dei tempi e degli spazi: “I luoghi di lavoro -ha affermato l’avvocata- diventano più umani, ma al tempo stesso si solleva la questione della necessità di uno sguardo più aperto tenendo però bene a mente i rischi che tali scelte comportano. L’idea di una stanza tutta per sé è un idea che spaventa, diviene semplificazione: bisogna che le donne lavorino fuori e che il loro lavoro venga riconosciuto.”.

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