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Mattarella all’Unical. Domenico Tulino: “Non con il cappello in mano” grande speranza e consapevolezza nelle parole degli universitari calabresi

ARCAVACATA DI RENDE (COSENZA) – «Pensiamo all’ateneo calabrese come ad un quartiere specializzato di un’area metropolitana […] E avrà influenza su tutta la Calabria. Sarà una città di giovani, in una regione che da decenni perde i suoi giovani»; vedeva lungo nel 1974 Beniamino Andreatta primo ed indimenticato rettore dell’Università della Calabria. Quella stessa università che ha esportato cervelli in tutto il mondo e da tutto il mondo ospita studenti, ricercatori, menti eccelse che sono fucina di idee e brevetti; laboratorio del sapere e della cultura; sia pure con dei limiti amministrativi e strutturali. Eccellenza degli atenei italiani, con la “formula” campus, unica nel nostro Paese, ha visto oggi l’avvio del 45 esimo anno accademico alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Chi ha incontrato il Pesidente Mattarella? Forse qualche spocchiosa autorità che ha saccheggiato questa terra; di certo non ha dovuto sorbirsi da queste ambigue figure, un “bel discorso” su quanta povertà c’è in Calabria mentre gli stessi scalano gli scranni del Parlamento accompagnati dalle loro scorte (rischiano forse la vita per “il bene comune?”) e “smarriscono” lungo la via le opportunità o il denaro (pochi o molti non conta) che dalla Comunità Europea giunge quaggiù, truffando su arance e cooperative. Mattarella ha trovato una regione qualcuno dirà, nella quale i cittadini sono “nessuno” se non amici di qualcuno; nella quale i cittadini sono “qualcuno” anche se hanno costruito un’immagine vuota di contenuti o hanno ottenuto qualcosa immeritatamente.
Ma questa descrizione come spesso accade, è solo la via più comune per identificare la complessità di una regione per la quale i veri problemi sociali non sono mai stati affrontati correttamente. Una Calabria come fu presentata al Papa nella sua venuta in questa terra: “regione sfregiata dall’egoismo” perché educata da una classe politica clientelare che ha operato per ottenere sempre un qualche vantaggio e per ridurre la libertà dei suoi abitanti. Un approdo di gente stanca, di chi, cioè, ha urtato contro l’invalicabile. Ma la Calabria non è solo “ terra di ‘ndrangheta” e nemmeno “terra piena di contraddizioni”, come spesso si sente dire e si legge. E così il Presidente arriva rappresentante di uno Stato che ha creato alternative e cuscinetti attraverso l’assistenzialismo e incontra “qualcuno” che ha davvero qualcosa da dire. Arriva con il suo saluto inaspettato di 7 minuti e tanta sobrietà e concretezza. Senza squilli di trombe e paroloni come è nello stile di un Presidente che ha vissuto, uomo del Sud, sulla propria pelle, il dolore che la mafia semina; un rappresentante dello Stato, consapevole che solo la cultura e la legalità ridaranno slancio al Sud. Mattarella emula Papa Francesco, con parole di speranza; invita a guardare ai successi nonostante i limiti del nostro meridione e poi invita soprattutto i giovani a “immaginare, progettare, suggerire alle istituzioni il comportamento da perseguire”.
E proprio due giovani con i loro interventi, questa mattina, si sono distinti per altrettanto contenuto e concretezza; quello del ricercatore siriano, Bashar Swaid che ha commosso la platea raccontando della sua fuga da Aleppo, della famiglia che è riuscita a ricongiungere ad Arcavacata, dei suoi successi sfociati in un brevetto, del sogno di ritornare per dare il suo contributo nella città siriana, stremata dalla guerra e poi infine la sua gratitudine verso l’Università della Calabria e l’Italia; una bella storia,  esempio di come l’accoglienza e l’integrazione possano aprire il futuro alla speranza.

Poi l’intervento tenuto da Domenico Tulino, Presidente del Consiglio degli Studenti Unical. Un intervento denso, concreto, anche duro, a tratti, ma intriso di valori e speranze. Inevitabile anche qui il parallelo con Papa Francesco. Domenico mette in rilievo che in una società sballottata dagli effetti della globalizzazione, dalla crescente disoccupazione, dall’immigrazione di massa, dall’escalation del terrorismo internazionale e i populismi dilaganti, “i principi fondamentali su cui si fonda la nostra società: uguaglianza, meritocrazia e solidarietà stanno di fatto cedendo il passo alla spietata logica della massimizzazione del profitto” da qui la richiesta di “intervenire con politiche in grado di riportare al centro dell’attenzione l’uomo e l’ambiente, la società”.

Come Papa Francesco, anche il rappresentante che dà voce ai giovani, sottolinea la delusione e il dolore in un mondo dove si “tende a costruire muri invece che ponti”, “l’inadeguatezza di una classe politica che – pur con lodevoli eccezioni – appare sempre più interessata a privilegiare i propri interessi, piuttosto che essere protesa alla ricerca di adeguate soluzioni alle innumerevoli problematiche che affliggono il Paese.” E qui si alza forte il grido di quelli che sono gli interrogativi che affliggono i nostri giovani: il dibattito politico fermo sulla legge elettorale, la facilità con cui si reperiscono risorse per far fronte ai crack bancari e alle speculazioni finanziarie mentre “in gioco ci sono la cultura, la ricerca, la didattica, il diritto allo studio?” si chiede e chiede per tutti ancora Domenico. Un Paese che non investe sui giovani è un Paese che ha deciso di rinunciare al proprio futuro”! Domenico ricorda di famiglie che fanno sacrifici, l’incapacità della governance dell’Ateneo a superare le “mere logiche di bilancio, con continui tagli ai servizi residenziali” danneggiando gli studenti. Una inaccettabile linea d’azione che considera gli studenti alla stregua di freddi numeri da computare in funzione di logiche contabili.” Insomma per dirla ancora come Francesco “una economia che uccide”, mette al margine, scarta, in questo caso, sogni e speranza per il futuro.

Ma i giovani sono tenaci portatori di futuro e Domenico lo ricorda. Giovani che invocano equità e giustizia, meritocrazia, e legalità, stufi di una terra “duramente segnata dall’emigrazione, dall’emarginazione sociale e dall’ingiustizia. Una terra in cui ancora oggi vige la legge del più forte. Una terra dove, oltre a subire la prepotenza delle organizzazioni criminali che impongono con violenza il loro potere, siamo costretti a subire anche l’ingiustizia e la prevaricazione di chi governa la cosa pubblica (anche l’Università!) e con arroganza impone l’esercizio del proprio ruolo”.
I giovani chiedono a gran voce una università che svolga non solo formazione ma una funzione pedagogica per raggiungere “la piena maturità professionale e civile”; per spezzare le catene dell’omertà ed indifferenza consapevoli che solo la cultura può rendere libero il futuro di questa terra.
Grande speranza dunque dai giovani universitari calabresi sia pure tra le righe di una realtà, per certi versi amara, dove gente perbene viene offesa, quotidianamente, dal malaffare, dalla criminalità organizzata senza scrupoli, e da un manipolo di politici che ha smarrito il vero senso di quest’arte nobile, nata per esser messa al servizio del bene comune.
Giovani di cui spesso con superficialità si parla male hanno riempito il cuore di speranza attraverso le parole del loro rappresentante, Domenico Tulino; giovani determinati per dirla con parole loro, a “ritornare a parlare, non con il cappello in mano”: in nome di quei nonni, di quei padri; costruttori consapevoli di futuro.

Luisa Loredana Vercillo

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