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“La salute non è gioco”, i dati del Progetto Gioco d’azzardo Patologico 

“Occorre avere un nuovo approccio culturale alla salute. Non basta più utilizzare le risorse ma formare professionisti capaci con requisiti tecnici importanti. Rimettendo in moto un paradigma diverso: da soli non si va da nessuna parte, ecco perché insisto sui concetti di prossimità, di prevenzione, di unità e di aiuto concreto”.

Parole del commissario Asp di Cosenza, Vincenzo La Regina, che ha presenziato alla conferenza stampa, organizzata dal Ser.D di Cosenza, per evidenziare numeri e dati del Progetto “Gioco d’azzardo patologico”. Insieme a La Regina, il dirigente medico Roberto Calabria ha ritenuto rimarcare il lavoro di uomini e donne costantemente impegnati sul campo. Il centro servizi per le dipendenze ha reso noti i dati dello scorso anno. Con numeri, citati dallo psicologo ed educatore professionale Andrea Lo Polito e dal coordinatore Ats Renato Caforio, che lasciano l’amaro in bocca. Presso i Ser.D provinciali sono stati presi in carico 123 utenti affetti da Gioco d’Azzardo Patologico, accertati mediante somministrazione di test per confermare l’ipotesi diagnostica emersa dai criteri del DSM 5. Proficua è stata la collaborazione con le Comunità Terapeutiche coinvolte nel Progetto: Il Delfino, l’Ulivo, Regina Pacis e il Mandorlo.

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Qual è il profilo socio anagrafico dei giocatori? Sesso: Maschi 95%, femmine 5%; classi d’età: la classe più rappresentativa è 40-44 anni con il 34%, segue 50-54 anni con il 33%, 20-24 anni il 22% ed in fine 60-64 anni con 11%; livello di istruzione: il titolo di studio con maggiore percentuale è la laurea con il 55% seguito dal diploma con il 36% e per finire licenza elementare con il 9%; professione: gli operai risultano il 46%, gli impiegati il 27%, i pensionati e gli imprenditori sono il 9% del campione; stato civile: l’82% dei soggetti risulta essere coniugato, seguono con il 9% sia i divorziati che i conviventi; occupazione: occupato stabilmente il 78%, studenti 11% e i disoccupati 11%. Dai dati elaborati rimane notevole la differenza numerica tra uomini e donne che hanno chiesto aiuto al Servizio, con un sommerso femminile di non poco conto.
Dai dati analizzati emerge, inoltre, la gravità dei comportamenti tipici della dipendenza da gioco. Infatti, partendo dalla frequenza, dal grado di compulsività, dai tipi di giochi, dalla spesa mensile e dai debiti per il gioco e finendo col grado di compromissione della socializzazione, con le fonti di gratificazione e col tempo dedicato al gioco quotidianamente, questi dati vengono utilizzati per la valutazione della cronicizzazione.
I giochi più diffusi risultano essere le slot-machine (alla quale giocano sia uomini che donne), seguite dalle lotterie istantanee (anche qua il dato è uguale per ambedue i generi) e dalle scommesse sportive (dato espressamente maschile). Non si evidenzia una distinzione di classi sociali e scolarità, le fasce sono tutte coinvolte. Importante è il dato riguardante le fasce d’età: eccetto qualche giovane adulto 18 – 24 enne, la fascia più accreditata rimane quella dai 40 ai 65. Questa ultima fascia si avvale di un periodo di latenza, dove il gioco è presente ma non predominante, le possibilità economiche sono più alte e l’autonomia finanziaria non è immediatamente sottoposta al controllo familiare. Tutti questi fattori rendono agevole lo scivolamento del gioco da ludico a problematico ed infine a patologico. Da precisare, infine, che tutte le attività poste in essere dal progetto Gap non si sono interrotte con la fine del progetto stesso ma sono proseguite per continuità terapeutica.

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