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Il messaggio dell’Arcivescovo Mons. Bertolone per la Quaresima 2021. “Rispondiamo con fede, speranza, carità all’invito di papa Francesco!”

Carissimi membri del collegio presbiterale e diaconale, carissime persone di vita consacrata nei vari Ordini religiosi, carissimi fedeli, vi invito a riflettere sul messaggio del santo Padre Francesco per la Quaresima 2021, consideriamone la parola evangelica: «“Ecco, noi saliamo a Gerusalemme…” (Mt 20,18). Quaresima: tempo per rinnovare fede, speranza e carità».

1. Salire a Gerusalemme. La salita a Gerusalemme evoca, in chiave biblica, i Canti dell’ascensione (Salmi dal 120 al 134), ovvero i canti dell’antico pellegrino d’Israele che in carovana ascende al tempio di Gerusalemme, eretto a ottocento metri slm. Il nuovo tempio, per noi cristiani, è il corpo di Cristo, che lo Spirito Santo ha voluto nel grembo della Beata Vergine Maria, ha assistito nei momenti terribili della passione e della morte, e dopo averlo tratto glorioso dal buio profondo della tomba, trasforma, mediante la preghiera di epiclesi, nel nostro pane eucaristico quotidiano. Se, come deve accadere in questo tempo forte di Quaresima, ci lasceremo raggiungere dalla Parola di Dio, trasmessaci generosamente di generazione in generazione dalla Chiesa, riassaporeremo anche il gusto della contemplazione di questa salita al Calvario del Signore Gesù, tipico emblema di ogni ascesa spirituale e mistica verso il Divino. Una salita, un’ascensione -carissimi- che ci richiede preghiera salmodica, impegno, sacrificio, digiuno, accettazione di prove e sofferenze, atti penitenziali… Ognuno di noi affronti con spirito diverso le salite ripide e gli ostacoli dell’esistenza, però, se saliremo insieme, e non in solitaria, la fatica ci sembrerà meno pesante, perché la nostra mèta, il Signore Gesù, sale con noi la Via del Calvario. Meditiamo l’Argomento della Salita al monte Carmelo di san Giovanni della Croce: «… viene indicato il modo per salire fino alla cima del “Monte”, raffigurante quel sublime stato di perfezione che qui chiamo unione dell’anima con Dio».

2. Fare esperienza di qualche privazione. Per non lasciare il nostro spirito a digiuno, nel tempo quaresimale ci vengono suggeriti dalla Chiesa il digiuno fisiologico (radicale il mercoledì delle Ceneri; il venerdì della Passione del Signore e, secondo l’opportunità, anche il sabato Santo fino alla Veglia pasquale), nonché l’astinenza dalle carni (almeno nei venerdì di quaresima, nel giorno delle Ceneri e nel venerdì di Passione). Il sommo Pontefice ci consiglia di vivere il digiuno come esperienza di privazione, ossia di privarci consapevolmente di qualcosa a vantaggio degli altri, condividendo almeno un boccone col povero. Così inizieremo, ben preparati spiritualmente, il mercoledì delle ceneri, questa esperienza peculiare, pregando: «O Dio, nostro Padre, concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male» (Colletta del mercoledì delle ceneri). Quest’anno il rito dell’imposizione delle ceneri sarà essenzializzato, secondo le indicazioni della Congregazione per il Culto divino: dopo aver benedetto le ceneri e averle asperse con l’acqua benedetta, il sacerdote si rivolgerà ai presenti recitando una volta sola per tutti la formula come nel Messale Romano: “Convertitevi e credete al Vangelo», oppure: “Ricordati, uomo, che polvere tu sei e in polvere ritornerai”. Quindi, il ministro “asterge le mani e indossa la mascherina a protezione di naso e bocca, poi impone le ceneri a quanti si avvicinano a lui o, se opportuno, egli stesso si avvicina a quanti stanno in piedi al loro posto”. Il sacerdote, infine, “prende le ceneri e le lascia cadere sul capo di ciascuno, senza dire nulla”.

3. Chi ama sente in qualche modo l’amato come tutt’uno con se stesso o come un qualcuno che lo riguarda. Sulle orme di s. Tommaso d’Aquino papa Francesco ci ricorda, che l’amore è un movimento che pone l’attenzione sull’altro. Anzitutto, l’amore in persona è lo Spirito Santo, («amore mediante cui formalmente il Padre e il Figlio si amano a vicenda» (S. Th. I, q. 37 a. 2 co.). Perciò amare l’altro non è nutrire nei suoi confronti una semplice benevolenza: «In senso proprio si chiama benevolenza un atto libero mediante il quale vogliamo il bene altrui. In questo caso, però, l’atto libero di benevolenza differisce dall’amore in atto, a livello di desiderio sia sensibile sia intellettivo, che si chiama volontà libera. Infatti, l’amore che c’è in un desiderio sensibile, più che un agire è un subire, ovvero un sentirsi fortemente inclini nei confronti dell’oggetto desiderato. Invece, la passione che accompagna l’amore non sorge mai all’improvviso, ma dopo aver considerato a lungo la realtà da amare. Analogamente, tale amore può nascere da una certa consuetudine, mentre la benevolenza si manifesta solo ogni tanto grazie ad un moto repentino, come quando assistiamo a un incontro di boxe e siamo portati a desiderare quale dei due debba vincere. L’amore che si esprime in un desiderio spirituale è molto differente dalla benevolenza, perché esso comporta una certa unione affettiva da parte dell’amante verso l’amato, poiché egli sente in qualche modo l’amato come tutt’uno con se stesso o come una persona che lo riguarda verso la quale si sente trasportato, non solo grazie alla carità e alla benevolenza, ma precipuamente all’unione di affetti (cfr. S. Th. II-II, q. 27, art. 2, co.).

4. Il genuino senso del farsi povero con i poveri. Ecco perché amare i poveri, gli ultimi, gli scartati, i migranti, i profughi, i malati nel corpo o nella mente … non può non essere soltanto un moto, un trasporto di benevolenza verso gli altri, magari incentivato dal tempo quaresimale: no, dev’essere, soprattutto, un atto di carità, per cui si ama l’altro sentendolo come persona che ci riguarda, per la quale nutriamo un profondo trasporto affettivo: in una parola ci sta a cuore. I care, diceva don Lorenzo Milani: «Un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale. Non avevo bisogno di far notare queste cose ai miei ragazzi. Le avevano già intuite. E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita. Dovevo ben insegnare come un cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa… Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande: I CARE. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”».

5. I care humanum. All’“I care”, aggiungerei, nello spirito della Quaresima, “humanum”, ovvero mi sta a cuore tutto quanto è umano. E ciò perché «nel mistero del Verbo incarnato viene chiarito il mistero dell’uomo. […] Cristo, che è l’Adamo definitivo e pienamente riuscito, mentre rivela il mistero del Padre e del suo amore, pure manifesta compiutamente l’uomo all’uomo e gli rende nota la sua altissima vocazione». Quest’appello all’umano deve chiamare in causa certi valori, grazie ai quali e per i quali l’essere umano “vive” le proprie rivendicazioni, preoccupazioni e speranze, anche in questo tempo di pandemia globale. L’essere umano va inteso, però, «non solo nella sua essenza, bensì nella sua storicità, e più esattamente nella sua storia reale. Per questo la vera questione sociale oggi è diventata la questione antropologica: la difesa dell’integrità umana va di pari passo con la sostenibilità dell’ambiente e dell’economia, giacché i valori da preservare sul piano personale (vita, famiglia, educazione) sono pure determinanti per tutelare quelli della vita sociale (giustizia, solidarietà, lavoro)». La genuina carità si rallegra nel veder crescere l’altro; non avverte come un peso il vincolo della condivisione e della comunione; condivide anche il poco con amore, sapendo che esso non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità; si prende cura di chi si trova in condizioni di solitudine, di sofferenza, abbandono o angoscia, soprattutto in questo lungo periodo.

6. Liberiamo la nostra esistenza da quanto la ingombra. Affinché il cammino quaresimale sia per noi un percorso di avvicinamento all’essenziale: è necessario -ci dice papa Francesco-, liberare la nostra esistenza da ogni ingombro. Che cosa ingombra la nostra esistenza individuale e sociale, carissimi? Domandiamocelo nell’esame di coscienza prima del sacramento della Confessione, che celebreremo intensamente in Quaresima. Non c’ingombra, per caso, anche la saturazione, l’overdose di informazioni (vere e/o false) provenienti dalla società massmediale? Non c’ingombrano i troppi prodotti di consumo? Già Seneca, parlando di ingombri che possono renderci intemperanti, osservava: «[…] …secondo te è riprovevole chi raccoglie oggetti superflui e in casa fa sfoggio di preziose suppellettili, e non chi ha la mente ingombra di inutili suppellettili letterarie? …Il grammatico Didimo scrisse quattromila libri: ne avrei compassione se solo avesse letto una simile mole di inutilità. In questi libri si discute sulla patria di Omero, sulla vera madre di Enea, se Anacreonte fu più dedito al sesso che al vino, se Saffo fu una donna di malaffare e altre questioni che, se si conoscessero, sarebbe bene disimparare… Gran perdita di tempo e gran fastidio agli ascoltatori costa questo elogio: “Che uomo colto!” Accontentiamoci invece di questo titolo più semplice: “Che brav’uomo!”… Ho dimenticato fino a questo punto quel famoso salutare precetto: “Risparmia il tempo”? […] Bisogna eliminare questo campionario di esempi che ci trapassano gli occhi e le orecchie, e liberare l’animo ingombro di discorsi nocivi. In chi ne è preda bisogna far penetrare la virtù, perché estirpi le menzogne e le convinzioni in contrasto con la verità… Vuoi rendertene conto?». Ben più della sapienza filosofica il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che «la temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà» (n. 1809).

7. Un tempo per tornare a sperare. L’acqua viva che la samaritana al pozzo di Giacobbe chiede a Gesù altro non è (cfr. Gv 4,10), come ci ricorda il messaggio del Pontefice, che lo Spirito Santo: quello che ci darà in abbondanza nel mistero pasquale e che infonde in noi la speranza che non delude. Il tempo di Quaresima perciò è fatto, carissimi, per sperare, per tornare a volgere lo sguardo alla pazienza di Dio, che -in quanto Provvidenza-, continua a prendersi cura della sua creazione, mentre noi l’abbiamo spesso maltrattata, contribuendo a mettere in seria crisi gli equilibri tra le varie creature, tra elementi della natura e gli esseri umani. Domandiamoci: come tornare ad essere donne e uomini che hanno e danno speranza? Nella sua ultima Enciclica il Papa afferma che, è sufficiente essere «una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza» (FT, n. 224).

8. Nel raccoglimento e nella preghiera silenziosa, lasciamoci riconciliare con Dio. L’ispirazione e la luce interiore della Quaresima ci venga, in particolare, dal contatto quotidiano con le Sacre Scritture! Ascoltiamo l’appello di Paolo apostolo: «Riconciliatevi con Dio» (2 Cor 5,20). Riceviamo il perdono, nel sacramento della Confessione, che è al cuore del nostro processo di conversione cristiana, per diventare a nostra volta diffusori del perdono! Ricordiamolo: l’atto penitenziale all’inizio di ogni Messa, in correlazione con il sacramento della Penitenza-Confessione, non è altro che l’atto di riconciliazione con Dio e con i fratelli. Il sacrificio eucaristico, nel quale ci fu data la pienezza del culto divino, sia per noi riconciliazione perfetta con il Signore! Partecipiamo alla Messa, pregando con fede: «Per la potenza di questo mistero di riconciliazione compi in noi, o Signore, la tua opera di salvezza, perché ci guarisca dai mali di questo mondo e ci conduca ai beni del cielo».
Nella mia lettera dell’11 ottobre scorso vi ricordavo che nello straordinario anno pastorale 2020-2021-2022, faremo memoria dell’erezione della diocesi e della dedicazione della nostra chiesa cattedrale. Tali ricordi sono un po’ come la memoria collettiva del nostro Battesimo individuale, che noi cristiani dovremmo ricordare almeno quanto il dies natalis e, quindi, del compleanno. Suggerivo che il busto ed il reliquario di san Vitaliano fosse portato in pellegrinaggio nelle quattro zone pastorali (con le dovute cautele ed osservando le norme governative). Sarà un modo per: ricordare ai fedeli le virtù umane e cristiane che il santo capuano ancora insegna in presenza delle tante insidie che quotidianamente si traducono in prove; -per informare e formare i propri fedeli sul significato della erezione di una diocesi e della dedicazione della cattedrale servendosi del libretto che a suo tempo è stato distribuito; per incentivare il rinnovamento spirituale e incrementiamo la vita di grazia, sapendo che la Santa Sede ci concede di poter lucrare l’Indulgenza plenaria, dal prossimo 16 luglio, festa di San Vitaliano, patrono dell’arcidiocesi e solenne giorno di apertura dell’anno giubilare, fino al 6 ottobre 2022, giorno dell’anniversario della dedicazione della cattedrale. Pertanto, visitando ogni chiesa parrocchiale dell’intera arcidiocesi, ognuno di noi potrà ottenere alle solite condizioni l’Indulgenza. I malati e coloro che sono impossibilitati a partecipare fisicamente, potranno ugualmente fruire di tale dono, offrendo le sofferenze al Signore o compiendo pratiche di pietà.

9. Cantare perché si ha il cuore troppo pieno. Nel pio esercizio della Via Crucis, mediteremo spesso su quanto accadde quel giorno dall’ora sesta fino all’ora nona, quando scesero tenebre su tutto il comprensorio, fino a quando Gesú gridò con gran voce, dicendo: «Elì, Elì, lemà sabactanì?»; cioè: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,45-66). Ma l’ora sesta, cioè verso mezzogiorno, prelude per noi già al sole del giorno di Pasqua, quando tutto viene ristabilito nel Signore Risorto. Guardando alla Vergine Maria in una stupenda lirica, Paul Claudel scrive, della gioia del mezzogiorno, allorquando tutto ciò che traballava, viene nel Figlio ristabilito: «Non dire niente, guardare il tuo viso,/ Lasciare cantare il cuore nel linguaggio che gli è proprio,/ Non dire niente, ma solamente cantare perché si ha il cuore troppo pieno./ Come il merlo che segue la sua idea in quelle specie di strofe improvvise./ Perché sei bella, perché sei immacolata,/ La donna finalmente ristabilita nella Grazia,/ La creatura nel suo onore primo e nella sua fioritura ultima,/ Com’ è uscita da Dio nel mattino del suo splendore originale./ Intatta ineffabilmente, perché sei la Madre di Gesù Cristo,/ Che è la verità fra le tue braccia, e la sola speranza e il solo frutto./ Perché sei la donna, l’Eden dell’antica tenerezza dimenticata,/ Il cui sguardo trova subito il cuore e fa sgorgare le lacrime accumulate,/ Perché mi hai salvato, perché hai salvato la mia terra/ Perché anch’ essa, come me, per te fu la cosa alla quale si pensa,/ Perché nell’ora in cui tutto traballava proprio allora sei intervenuta,/ Perché hai salvato la (terra) ancora una volta,/ Perché è mezzogiorno, perché siamo in questa giornata che è oggi,/ Perché sei qui per sempre, semplicemente perché sei Maria, semplicemente perché esisti,/ Madre di Gesù Cristo, sii ringraziata».

10. Preghiamo la Mamma del buon cammino. O Maria, Madre del Salvatore, tu sei la Madre Odigitria, perché indichi il cammino giusto. Tu resti sempre fedele ai piedi della Croce e sei nel cuore della Chiesa: sostienici nel buon cammino quaresimale. Ispiraci su ciò che dobbiamo fare per liberarci da ciò che ci appesantisce. Vergine Odigitria, donaci il giusto spirito di preghiera, digiuno e astinenza, prega tuo Figlio affinché ci liberi da ciò che ci ostacola ed intercedi con i nostri santi Agazio e Vitaliano, affinché la benedizione del Risorto ci accompagni nel cammino personale e comunitario verso la luce pasquale. Amen. Vi benedico + uno ad uno e una ad una, carissimi e carissime!

+Vincenzo Bertolone, S.d.P.
Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace

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