“Quanto bene non fatto”, questo il patrimonio spirituale lasciato da Padre Giovanni Vercillo, il frate del sorriso

Il telefono squillò, erano da poco passate le tre del pomeriggio: “Vercì …”

“Zio! Come stai? Che bella la tua voce …” (una pietosa bugia per un filo di voce sofferente)

“Sono come Paperino, ammaccato e con la borsa del ghiaccio in testa … Passami tuo padre”

“Non c’è, è uscito, appena torna ti faccio richiamare … Domani scendiamo (da Napoli n.d.a), tieni duro non mollare”

“Sono stanco … Stanco … Salutami tutti”

“Ti voglio bene zio…”

“Elle elle ti voglio bene anche io …”

Ci siamo salutati così quel 23 novembre del 1990. Aveva fatto una telefonata di saluto a tutti, a tutti coloro che in quel momento non erano accanto al suo letto di dolore. Era un Venerdì piovoso e cupo quel giorno e P. Giovanni sentiva che era l’ultimo; quasi lo aspettava quel Venerdì, perché come per tutti i calabresi è giorno dedicato al santo protettore.

Ai confratelli, tra i quali P. Morosini, che partivano per Roma per celebrare il Capitolo Generale dell’Ordine, fece sapere che le sue sofferenze erano offerte per la Chiesa e per le vocazioni nell’Ordine di S. Francesco da Paola e che li salutava perché al loro ritorno non l’avrebbero trovato.

Non l’avrebbero trovato nella “sua celletta”, la stessa dove in una calda mattina di ottobre del 1954 era arrivato da Rende appena undicenne: “mi misero su di un carrettino con il mio bel vestitino delle feste e mi accompagnarono a Paola … Cosa doveva saperne un ragazzino di farsi prete? Grazie a Dio nacque la mia vocazione!”. Quel giorno del 23 novembre, volle accanto a sè la mamma e non le permise di ritornare a casa. C’erano due dei suoi sei fratelli e i confratelli e i fratini che si occupavano di lui durante la malattia. In quella celletta, del Santuario di S. Francesco a Paola, aveva chiesto di ritornare per trascorrere gli ultimi mesi dolorosi della malattia che aveva fiaccato la sua forte fibra per due anni.

All’inizio della sua sofferenza aveva radunato intorno a sé tutta la famiglia e aveva annunciato: “Inizia per me il tempo della Speranza”…

Ora quel tempo aveva trovato la sua conclusione. Invocando Gesù e Maria aveva chiesto di spalancare la finestrella che dava sul piazzale illuminato e silenzioso del Santuario; le sofferenze erano atroci, ma lui si lamentava del fatto che la finestrella era troppo piccola e gli impediva di passare(!), chiese di ascoltare una musicassetta, la sinfonia N.2 di Mahler quella che ha per titolo “Resurrezione” … Con un filo di voce poi, chiese alla sua mamma di non piangere quando sarebbe andato e di chiudergli gli occhi … Fece sapere di voler riposare e non essere più disturbato.

Alle 18,15 del 23 Novembre del 1990 la mamma, chiamata da tutti, Lisa, gli chiuse gli occhi senza versare una lacrima, poi si fece come aveva chiesto. L’avventura umana e di fede straordinaria di P. Giovanni Vercillo si chiudeva così, nel luogo dove bambino era andato a consacrare la sua vita a Dio.

Era nato ad Arcavacata di Rende (Cs) il 25 Luglio del 1944, l’ingresso come fratino a Paola avvenne nel 1954; gli studi romani con il suo compagno e amico di sempre P.Morosini, l’ordinazione sacerdotale il 18 Luglio del 1970 presso il Santuario di S. Francesco. L’apostolato svolto prima a Sambiase (Lamezia) nella Parrocchia di S. Francesco di Paola, dove ha lasciato un ricordo indelebile, poi come cappellano del carcere di Cosenza e la Parrocchia di S.Francesco Nuovo in Via Popilia; anche una breve ma intensa esperienza come missionario in Camerun dove sognava di ritornare e dove aveva scavato un pozzo per l’acqua che conserva ancora il suo nome.

P.Giovanni era un uomo alto e robusto, di grande forza fisica, un gigante buono, abituato sin da piccolo a svolgere i lavori più umili. Si è rivelato una figura profetica con una inquietudine per il Regno. Religioso e uomo di spiritualità radicale, rigettava compromessi con un’impetuosità che a tratti poteva apparire elemento di frattura con gli altri. Perseguiva i suoi ideali con irruenza, tenacia e forza. L’irruenza con cui spesso manifestava la sua fede e i suoi ideali scoprivano poi una grande e colta personalità e velava una forte, fortissima sensibilità, una grande capacità di comprensione, di condivisione con l’altro, con la sua storia, situazione e sofferenza, fino alle lacrime. Quante volte era preoccupato di non fare abbastanza: “Quanto bene non fatto” diceva. La sua era una volontà di servizio fino al dono di sé a costo di qualsiasi rischio: “Impariamo ad essere vuoti di ogni cosa e vedremo Dio!” diceva, e questa convinzione lo rendeva pronto ad essere generoso ad ogni richiesta e particolarmente disponibile verso gli ultimi ed i poveri.

“Aver fede non significa necessariamente avere sempre la risposta a tutti i problemi. Al contrario è l’opposto. Infatti se tu ti fidi di me ed io faccio cose che non capisci, non fai domande. Ma stai in silenzio e dici: lui sa quello che fa! Se ti fidi. Capisci? Se ti fidi! Così con Dio!” Con queste parole amava dare certezze anche se lui preferiva vivere nell’ansia della ricerca continua e trovava la sua tranquillità di uomo di fede nel problematizzare ogni dato che la fede stessa gli proponeva e così approfondirlo. L’ultima esperienza pastorale vissuta tra i detenuti del carcere di Cosenza fino a che le forze hanno retto, era quella che sentiva più confacente al suo ministero di sacerdote e figlio di S. Francesco: “Se io non fossi capace di perdono, non potrei entrare in un carcere per fare il cappellano, per fare cioè il rappresentante di quel Gesù che invece di maledire un ladro ed imbroglione di nome Zaccheo, si fa invitare a pranzo, sicuro che il rimprovero e la condanna aumentano la cattiveria del colpevole, mentre il perdono produce conversione. E’ davvero commovente vedere che spesso negli occhi carcerati spuntano le lacrime per un piccolissimo favore che gli fai, per una parola di incoraggiamento che gli dici. E’ un lavoro delicato, ma bellissimo!”

Chi riusciva a cogliere questi aspetti della sua umanità trasfigurati dalla consacrazione religiosa, non poteva non guardare a lui come ad una quercia solida a cui ancorarsi saldamente. Quando annunciava la Parola di Dio, chi lo ascoltava percepiva come gli si illuminasse il volto parlando di fede, della presenza paterna di Dio nella nostra vita anche quando ci prova, anche quando i suoi piani non sono i nostri piani, nell’abbandono fiducioso in Lui nella convinzione profonda che Dio non abbandona mai l’uomo: “Signore, tu mi ami più di quanto io posso amarmi. Il dolore se me lo mandi è perché io stesso lo accetterei se ne conoscessi il valore, poiché è per un bene maggiore da conseguirsi più tardi.”

La quercia che si andava piegando negli ultimi mesi della sua malattia aveva una solidità di fede straordinaria: coraggio, pazienza, rassegnazione, espressione di un patrimonio spirituale coltivato tutta la vita. “Vorremmo avere una certezza … Vivere di Speranza … nella tua volontà è la mia pace” ripeteva nei momenti di maggiore tensione e di più viva fede.

Dopo più di 20 anni i frutti di quel “chicco di grano” si sono concretizzati in numerose vocazioni giunte nell’Ordine dei Minimi, in determinazioni personali e comunitarie volte a conservarne non solo il ricordo nel tempo, ma ben più importante, di vivere concretamente e cristianamente il suo messaggio ed i suoi insegnamenti.

Tanti gli episodi che si potrebbero raccontare sul bene, “sconosciuto” ai più ma non a Dio, fatto ai fratelli più poveri e deboli, del suo essere uomo di pace e portatore di perdono, povero tra i poveri.

Alla porta della sua “celletta” c’era una raccomandazione importante per chi entrava a cercare, accanto al suo letto di dolore, parole di gioia e speranza. A tutti, giovani, anziani, coppie era destinato un pensiero, una parola, una raccomandazione, ma ad una condizione: “Entrate sorridenti … Servite il Signore nella gioia!”

Ecco perché la finestrella della celletta, quella sera, sicuramente era apparsa troppo stretta per un’anima grande come la sua … Pronta per il Paradiso …

Luisa Loredana Vercillo

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