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Non lasciarci soli nella tempesta

Il vuoto della Piazza, il vuoto di questi giorni. Il nulla del continuo snocciolare di numeri e in cui sembrano inghiottiti i morti anche di questo giorno. Il giorno più nero, un bilancio, il più alto, dall’inizio dell’epidemia.

Il colonnato del Bernini abbraccia il Papa solitario che affanna lungo la scala, fin sul sagrato della Basilica di S. Pietro. A fargli compagnia il Crocifisso miracoloso e l’immagine della Salus Popoli Romani.

Disperati ma fiduciosi: tutti, ma proprio tutti. Italiani e spagnoli, americani e russi, francesi e indiani, e via via in un giro che abbraccia il mondo intero come quello che sta compiendo il virus mortale; gli occhi, i nostri, sono puntati sull’anziano pastore. Un solo cuore: credenti e non credenti, tutti.
Il mondo intero, affacciato dalla tv, è presente in una piazza San Pietro vuota per la prima volta nella storia, forse. Mai a memoria in questi tempi moderni, si può ricordare un evento del genere. La Piazza più famosa, visitata, del mondo, ha offerto altre volte momenti di intensità spirituale ed emotiva: la morte di Giovanni Paolo II, i funerali, “l’abbandono” del soglio da parte di Benedetto XVI, ma mai di tale portata.
“Signore non ti importa di noi?” A chiedere, a bussare alla porta di Dio, il mondo intero.

Le immagini sono potenti, si piantano negli occhi e nel cuore, increduli assistiamo al cammino dell’uomo, al nostro cammino, curvi sotto la pioggia, con le tenebre che avanzano sulle nostre teste. Così il Papa che avanza, ansima, si ferma, avvia la preghiera.
Lo abbiamo pensato tutti: Dio dorme. Non ti importa niente di noi? Perché dormi? Svegliati! I Salmi trabocca­no di questo grido, lo urla Giobbe, lo ripetono gli apo­stoli nella paura. Poche co­se sono bibliche come que­sta lite con Dio. Sono tante le riflessioni. Qualcuno vede quanto sta accadendo come una punizione divina: “Non è – ha affermato il Papa – il tempo del giudizio divino, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te…” Trovo questa espressione del “nostro giudizio” quanto mai necessaria; questi giorni possono essere davvero un tempo per riguardare alla nostra vita, per darle una nuova rotta. Da tutto questo dolore, credo nascerà un grande “ritorno” di ognuno di noi verso cose più alte, verso un Dio, che non è affatto estraneo, che non dorme, ma che sta nel riflesso più profondo di tutte queste lacrime, di tutti questi numeri. E’ sulla nostra barca: sta nelle braccia dei medici forti sui pazienti, sta nella presa sicura degli infermieri, nelle mani che asciugano volti, negli occhi che scrutano il paziente, che forzano la vittoria sulla malattia, come l’aurora sulla notte.

Vorremmo che il Signore gridasse subito all’uragano: taci! Che rimpro­verasse subito le onde: cal­matevi, e che alla  nostra angoscia ripetesse: è finita. Guardando il cielo buio di Roma ho pensato che Dio è nel cuore oscuro della tem­pesta. Come chicco di grano nel buio della terra, come un granello di fiducia, di forza, di luce, così Dio germoglia e cresce nel cuore dell’ombra.
Non ti importa che moria­mo? Dio non ci esenta dalla tempesta ma ci pre­cede. Ma siamo uomini però, così uomini, che abbiamo bisogno di miracoli non solo di presenza. Il Papa è davanti al Santissimo Sacramento: Presenza. “Dove due o più sono riuniti nel mio nome… Io sono in mezzo a loro” insegna nel Vangelo lo stesso Gesù. Eravamo più di due questa sera, un mondo intero. E’ stato davvero il momento di chiedere come il cieco, come lo storpio, come l’adultera, come l’esattore delle tasse: “Figlio di Davide abbi pietà di noi!”

Siamo alla Benedizione Urbi et Orbi. Prima volta nella storia viene concessa l’indulgenza plenaria solo desiderandola, senza necessità di adempiere alle condizioni. Francesco ci stupisce ancora, e non si tratta di concedere a buon mercato, ma di spalancare le braccia della Misericordia di Dio ad ognuno di noi. Penso ai moribondi, a coloro che hanno perso la vita in questi giorni. A chi è rimasto. Tutti nelle braccia di Dio.

Di fronte ad un nemico invisibile, infinitamente piccolo, c’è un Dio altrettanto invisibile, ma infinitamente grande. Ci aspetta nel nostro ritorno ad un mondo più giusto, più solidale, più ecologista, più equo.

Le telecamere inquadrano il Cristo bagnato dalla pioggia, lo scorrere sul suo costato sinistro di rivoli d’acqua, contrapposti ai rivoli di sangue sul costato destro che sembrano grondare nel riflesso della sera; piegato come nel pianto e nel peso dei peccati del mondo. Da solo, arrancando, Papa Francesco giunge sul sagrato della Basilica di San Pietro. Piove a dirotto, anche il cielo sembra piangere…Il Santissimo Sacramento tra le mani, il Pontefice, lo innalza: lo volge verso i quattro angoli del mondo. Immagini di una portata sconcertante, inimmaginabili, difficili da dimenticare per la loro potenza simbolica.

Rimaniamo sospesi, tra il buio e la luce che si sprigiona dall’Ostensorio. Angosciati e al tempo stesso ricolmi di Speranza.

Senza parole, senza formula, arriva la benedizione. Suonano le campane insieme alle sirene delle ambulanze…

L.L.Vercillo

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