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Maturità Covid: la vita non è una corsa ma una traversata… Spiegate le ali ragazzi!

Avrebbero meritato il suono dell’ultima campanella, i 500 mila studenti, che da mercoledì, sono impegnati nella maturità 2020 ormai consegnata alla Storia.  Un esame atipico, sia per le misure di sicurezza previste in seguito all’emergenza sanitaria, sia per le modalità di svolgimento che tengono conto della particolarità di questo anno scolastico: mascherina, distanziamento, igienizzanti, un solo accompagnatore, niente scritti, ma solo orale. Non ci saranno le pacche sulle spalle, gli abbracci liberatori in un pianto. I sorrisi però, sono quelli di sempre.

Mercoledì mattina sono stati riaperti i cancelli… Tutto era rimasto fermo al 4 marzo. Le scuole silenziose, le aule vuote. Qualcuno sotto al banco avrà lasciato una penna mangiucchiata, forse un notes con gli appunti, una bottiglietta vuota, chissà anche un foglietto ripiegato, magari con un termine in greco da ricordare o ancora meglio, con un messaggino d’amore… La lavagna è rimasta spoglia, nessuno ha potuto scrivere “Viva la mitica V C ”  o “ Maturità stiamo arrivando!”, è scura, come il terribile inverno appena passato dove il tempo è rimasto sospeso.

E poi la didattica a distanza, con tutti i suoi limiti e i suoi ritardi: le videochiamate, le lezioni in piattaforma; qualcuno finge di non avere connessione, altri sotto hanno ancora il pigiama e sopra una maglia messa al contrario, in fretta e furia, perché si sono svegliati cinque minuti prima che la lezione iniziasse… Gli appunti scambiati, gli auguri di compleanno, le lacrime, le risate, i commenti con i professori sull’elaborato da preparare… La scoperta che felicità, non è la scuola chiusa e smartphone tutto il giorno in mano: mancano gli amici e non l’avrebbero mai detto, mancano anche i professori. Ognuno s’è ritagliato nella propria camera, un angolino di scuola, sicuramente pensando tante volte a quel banco condiviso per cinque anni, agli intervalli, all’attesa dell’ingresso in classe dell’insegnante, a quella scuola che nessuna tecnologia sostituirà mai. La gita di fine anno, il pranzo dei 100 giorni, i festeggiamenti per i 18 anni…Cancellati dalla pandemia anche gli sguardi, i contatti, i confronti, il coraggio, ma anche la paura che ti prende quando la prof scorre il registro con il dito… La paura che li ha presi, quando solo all’ultimo hanno saputo come sarebbe stata questa “Maturità Covid”: i due scritti eliminati, l’elaborato che “se non sai è inutile che copi”, un super orale da un’ora che deve contenere tutto, i collegamenti con le altre materie, l’alternanza scuola-lavoro, le domande sulla Costituzione, Cittadinanza e… Covid! Si studia lo stesso ed anche tanto, con passione. La meta è vicina. E poi maturi! Doppiamente maturi coloro che hanno perso genitori, nonni, amici nella battaglia con un virus grande quanto l’estremità di uno spillo e inutile come uno sputo.

Che paradosso! In tempo di crisi è il momento del giudizio di maturità; una crisi però necessaria questa. “Crisi”, è parola che in greco indicava il “giudicare” dei contadini nei campi, quando dovevano separare il grano dalla pula. Maturità, dunque distinguere cosa è bene da cosa è male, cosa è vero e cosa è falso, cosa è bello e cosa è brutto e di tutte queste cose, le loro sfumature, per poter impegnare la propria libertà ad affermare il valore che si è saputo individuare. “Maestro, imparo solo quando sono con te”, disse qualcuno a Socrate: il giudizio è un po’ anche al contrario, per quella passione che l’educatore condivide coll’allievo, passione comune per qualcosa d’altro e che si sviluppa in un rapporto. Ciò che insegna, in fondo, è l’amore. Oltre i voti, le prove, le verifiche, i ragazzi, si sa, hanno fiuto, per l’insegnante capace di guardarli con gli occhi del cuore. Ed è così che anche senza l’ultima campanella, anche oltrepassando lo schermo, si sono guardati in viso e sentito la forza dell’abbraccio, oltre il gesto fisico; hanno pianto nell’ultimo giorno di DAD e nel dirsi “grazie”, perché si sono voluti bene, e dopo la tempesta, si sono ritrovati più uniti.

Ce la faranno anche loro, questi ragazzi, che hanno vissuto la prima grande prova collettiva: l’improvviso affacciarsi della morte nei mezzi dell’esercito che trasportavano i corpi delle vittime del Covid, nel sonno dell’infermiera stremata dalla fatica, chinata sulla sua scrivania, nel gesto del Papa che, solitario, benedice l’umanità, nel silenzio squarciato solo dal suono delle sirene. Ma la giovinezza si sa è il momento delle sfide. Chi ha vissuto il tempo della scuola con passione e come un’opportunità, ne uscirà più forte; chi, nella quiete, si annoiava sul web o non aveva tempo per studiare, nella battaglia ha potuto, forse, ritrovare il senso delle sue giornate. Questa inimmaginabile pandemia, ha tirato fuori il meglio che è in loro.

La fine della scuola: la nostalgia per ciò che è stato, l’ansia di crescere e al tempo stesso di sentirsi inconfondibilmente legati alle proprie radici. Non è solo un pezzo di strada che termina nel suo percorso, ma un nuovo cammino che comincia.

A tutti questi maturandi, tra cui ci sarà anche mia figlia, mi piacerebbe innanzitutto ricordare che ciascuno di loro è un dono unico e irripetibile. Un figlio lo si ama perché è figlio: non perché bello, o perché è più o meno capace. E che non bisogna per forza “diventare qualcuno” e correre, per ricoprire i primi posti in tutti i luoghi, come si faceva per il primo banco a scuola. La vita non è una corsa, ma una traversata, a volte tempestosa, durante la quale non devono sfuggire i paesaggi che si incontrano, ricercarne di nuovi e saperli condividere con tutte,  ma proprio tutte, le altre persone che si incontreranno nel cammino, perché da ciascuna di loro si impara qualcosa. E nella traversata, salvare quanto di buono e bello si incontra e lasciare andare il brutto, anche quando è difficile.

Auguro loro, di trovare il proprio posto nella vita e impegnarsi ad essere felice e a rendere felici gli altri; di “non avere paura dell’impegno di costruire un mondo nuovo: è giusto che desiderano che sia migliore di quello che hanno ricevuto! Ma questo va fatto senza arroganza, senza presunzione” come scrive Francesco.

Quanto imparato, nutrendo lo spirito e aprendo la mente alla conoscenza, non sia mai coniugato al passato ma sempre al presente indicativo, e che la speranza nel cuore, siano abbastanza forti, da non farsela rubare da nessuno! Che non si rassegnino al facile compromesso, alla mediocrità, ai modi di fare di alcuni, fossero anche molti, ma di affermare sempre la propria unicità. Di essere sempre “in crisi”.

Che possano, questi ragazzi, proseguire il cammino di scoperta di sé stessi, il viaggio più affascinante che si possa compiere: un viaggio che non avrà una fine, non perché sono destinati a non avere approdo, ma perché sempre desiderosi di volare verso nuovi orizzonti.

La vita, è un tempo meraviglioso che ci viene donato. Ci sono tante cose per cui essere grati in questi cinque anni, ce ne saranno ancora. Bisogna essere sempre grati per tutto.

“Conosco delle barche straboccanti di sole perché hanno condiviso anni meravigliosi… e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti perché hanno un cuore a misura di oceano” scriveva Jacques Brel nei suoi celebri versi.

Spiegate le ali ragazzi! Buona maturità a tutti!

Luisa Loredana Vercillo

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